Nel D-Day dello stato palestinese
Il sogno di Abu Mazen all’Onu e l’eredità irrisolta di Arafat
Superati tre strati di poliziotti, aggirate le transenne, attraversata la strada alcune volte avanti e indietro senza una logica apparente, buttato un occhio sugli attivisti tibetani che gridano “China shit!”, urtati decine di delegati con blackberry nel fodero e tesserino azzurro si accede finalmente al luogo dove folle svogliate aspettano che qualcosa spezzi la rigidità protocollare dell’Assemblea generale dell’Onu. I consigli di lettura di Hugo Chávez e il caravanserraglio di Gheddafi sono diversivi del passato e persino Mahmoud Ahmadinejad è venuto a noia. Leggi All’Onu c’è un piano B per evitare lo scontro frontale con Abu Mazen - Leggi Israele prova a trattare, ma la Palestina vuole il riconoscimento dell'Onu
19 AGO 20

Nell’intervista con Nicholas Kristof del New York Times ha avuto addirittura l’ardire di sorridere. Il fatto è che ai presenzialisti folli che arrivano, minacciano di cancellare l’occidente dalle carte geografiche e tornano a casa il Palazzo di Vetro ci ha fatto il callo, e così tutti si trovano ad aspettare Abu Mazen, languido dominatore delle giornate onusiane che non strepita quando Barack Obama dice dal podio che le aspirazioni palestinesi sono legittime e condivisibili, ma la candidatiura alla “full membership” dell’Onu non è cosa. Si limita ad appoggiare la guancia cadente sulla mano con un gesto più vicino alla rassegnazione che al contrattacco. Per quello ci sono le porte chiuse degli incontri a margine, c’è il dialogo franco con Obama nelle sale del Waldorf Astoria, blindatissimo hotel di Manhattan dove i capi di stato discutono al riparo dalle regole della retorica onusiana, c’è il registro dell’ambiguità, il preferito dal leader dell’Anp.
Se tutti nella sede dell’Onu aspettano Abu Mazen non è soltanto per vedere come andrà a finire la disputa sullo stato palestinese che offende gli israeliani, allerta gli americani e mette in confusione gli europei (la confusione è direttamente proporzionale alla convinzione messa nel sostenere gli insorti della primavera araba); è un fatto di simboli e immaginazione, di un passato che riemerge dalle sabbie del tempo e torna a fare visita nel più cavernoso e ambiguo dei consessi internazionali.
Per Abu Mazen il confronto con Yasser Arafat è sostegno e zavorra; c’è chi, come il New York Times, vede nella richiesta palestinese di entrare di diritto nel novero degli stati il primo atto del parricidio, l’inizio della liberazione di Abu Mazen dal cono d’ombra del mentore, da quel nome evocativo che ha scelto per il suo secondogenito; è sepoltura della kefiah e la resurrezione della cravatta, la dismissione dopo sette anni del repertorio di immagini che identificavano senza equivoci un modo d’intendere l’identità palestinese. C’è invece chi dice sia soltanto un maquillage, un gioco delle parti in cui Abu Mazen si muove con la furbizia del serpente, un mentitore chic che s’aggira per New York con gli abiti della gente perbene.
Chi martedì è stato al cocktail party a dir poco esclusivo alla Morgan Library racconta che Abu Mazen se ne stava in disparte, quasi ostentando disinteresse per le chiacchiere innaffiate dallo champagne. Un inviato delle Nazioni Unite ha provato invano a sondare la sua agenda, ché il Quartetto per il medio oriente lavora giorno e notte per convincerlo a ritirare la candidatura e tornare ai negoziati diretti: “Non sono felice con nessuno, né con gli americani né con gli arabi. Ne ho abbastanza di tutta questa gente e non ho idea di cosa farò una volta tornato a casa”. Già, perché a casa non sarebbe accolto da uno sventolare di palme giubilanti, quanto dalla rabbia di chi è certo che anche un’eventuale vittoria onusiana frutterebbe soltanto concessioni marginali. Soprattutto teme di poter essere accolto dallo schiacciante paragone con Arafat, l’uomo che nel 1974 si presentò all’Assemblea generale con la “pistola dei combattenti della libertà” nel fodero – la statua della pistola con la canna annodata all’ingreso non c’era ancora – e il ramoscello d’ulivo in mano. Era l’ispirazione retorica per chiudere con una nota minacciosa il grande discorso dal podio del mondo: “Non lasciate che il ramoscello d’ulivo cada dalle mie mani. Lo ripeto: non lasciate che il ramoscello d’ulivo cada dalle mie mani”. Una settimana dopo il discorso, l’Onu ha proclamato la Palestina “entità osservatrice”; con lo stesso appellativo, entità, Arafat si rivolgeva allo stato d’Israele – proclamato dalla stessa autorità a cui lui chiedeva riconoscimento – quintessenza del “razzismo” appoggiato dagli imperialisti americani. Con orgoglio Arafat diceva che l’invito ai palestinesi “indica che le Nazioni Unite di oggi non sono le Nazioni Unite del passato”, e in effetti ogni mese una risoluzione del Palazzo di Vetro condannava Israele per qualche crimine, secondo un pregiudizio anti israeliano mai sopito nei corridoi della sede onusiana. Ma era anche l’Arafat accorto e sottile, quello che con una fin troppo facile captatio benevolentiae accostava il desiderio di autonomia palestinese alla ribellione di George Washington al giogo inglese.
A quel podio Abu Mazen s’approccia con la forza politica della candidatura a stato membro ma anche gravato da tutto il peso di un’eredità irrisolta. “Non è giusto dire che Abu Mazen si stia smarcando dalla narrativa di Arafat”, dice l’analista di Chatham House, Nadim Shehadi, che ricorda quanto il rampollo educato in Unione sovietica abbia pesato sull’intera saga dominata dall’uniforme militare del leggendario leader dell’Olp. E dietro alla figura di Abu Mazen, a New York continua a muoversi la macchina di una diplomazia occidentale alla ricerca di un difficile compromesso. L’attivismo di Cameron e Sarkozy nelle trattative del Quartetto vorrebbe riempire il vuoto lasciato dall’unilateralismo di Obama, ma sono gli stessi paesi europei a sperimentare divisioni interne. La coalizione inglese è spaccata fra l’aperturismo di Cameron alla candidatura palestinese e l’opposizione di Nick Clegg; e così il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, teme l’instabilità nell’area più di quanto appoggi le aspirazioni delle popolazioni arabe.
A New York parlerà anche Benjamin Netanyahu, il premier israeliano che ha promesso di svelare “la verità” sulla situazione. Quale verità? “La solita – dice al Foglio Natasha Mozgovaya, che dirige l’ufficio di Washington del quotidiano Haaretz – cioè che Israele è pronto a tornare ai negoziati. Ma lo scopo è uscire dall’Assemblea generale dando l’impressione che la minaccia palestinese sia più grave di prima”.